26 maggio 2015

Fuga di cervelli


Ho visto l'esordio cinematografico di Paolo Ruffini, Fuga di cervelli.

Come sono arrivato a tanto ve lo spiego subito.
Un po' di tempo fa mi ha contattato un giovine laureando che mi ha chiesto un'intervista per la sua tesi (molto, ma molto, interessante) sulla critica. Dopo lo spiazzamento iniziale, gonfio di ego ho accettato e quindi risposto alle domande. Fin qui niente di ché, a parte la mia vanità a pompa e l'aver detto spocchiosamente a chiunque mi capitasse d'avanti che "a me mi vogliono nelle tesi di laurea" a cui seguivano, in genere risposte tipo "sticazzi". 
Sta di fatto che nella mia euforia da intervistato, ragionando sulla presunzione di molti critici di non considerare film ritenuti "bassi" ho detto questa cosa: "Insomma dov'è la differenza tra Moravia che ignorava I soliti ignoti e i Don Camillo, e un blogger di oggi che ignora un film di Siani?".
Vi starete chiedendo, che c'entra Ruffini? C'entra eccome dal momento che io, preso da un'irrefrenabile senso di coerenza, al grido di "non posso predicare bene e razzolare male" e senza controllare le mie stesse parole, ho preso il film di Ruffini e me lo sono visto.

Prima però sono andato a leggere cosa si diceva in giro dell'esordio dell'artista livornese, che ha comunque racimolato quasi 5 milioni al botteghino, e le premesse non erano delle migliori. La critica ufficiale nel modo più soavemente possibile ha stroncato questo Fuga di cervelli, mentre il pubblico dei siti di streaming pirata ci è andato giù in maniera più pensante arrivando i più di un'occasione a considerare il film di Ruffini specchio dell'intero Paese. 
Ecco esempi presi a caso:



Ma come sara davvero questo Fuga di cervelli
Per me è un qualcosa di indefinibile. Un qualcosa che sicuramente non ha niente a che fare con il cinema né tanto meno con i video di gente ubriaca che gira su internet.

Caro Paolino, che intenzioni avevi? Volevi fare qualcosa di demenziale simil American Pie o Road Trip
Non ci sei riuscito.


Ps - Di Siani che mi consigliate?

12 maggio 2015

Anime nere


Anime Nere (terza prova registica di Francesco Munzi) la potrei definire solamente come una visione folgorante.
Una pellicola che si muove in modo spettrale e mostra in maniera lucida, priva di ghirigori e spettacolarità l'animo, per l'appunto nero, di tre fratelli. Tre persone dalle visioni diverse e impossibilitati, a causa della loro stessa natura, a uscire fuori dagli argini imposti dalle arcaiche origini e dal debito assolto da chi li ha preceduti. Un destino il loro, segnato e impossibile da fermare.

Non è un film sulla 'ndrangheta quello che Munzi mostra, ma è un film sui rapporti all'interno di una famiglia di 'ndrangheta - e potrebbe sembrare la stessa cosa, ma in realtà non lo è.

Gli altri
La critica ha accolto molto bene la pellicola di Munzi e principalmente ha messo in risalto la rappresentazione chiusa e retrograda della società mostrata: "[...] well-acted portrait of an ingrown feudal society of violence, retaliation and deadly machismo"1 o "tragedia elisabettiana ambientata nella parte più cupa della Calabria"2 . Ma non si è risparmiata in elogi: "Eccezionale, potente, etico racconto"3  o ancora "Munzi si tiene lontano dagli stereotipi e folklore, usa opportunamente il dialetto, toglie ogni eccesso"4.
Il popolo del web, nonostante ne abbia parlato poco, in quel poco che ha riferito si è allineato ai signori della carta stampata... commenti e dubbi tecnici a parte



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1 - Stephen Holden, 'New York Times', 10 aprile 2015
2 - Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 30 agosto 2014
3 - Maurizio Porro, 'Il Corriere della sera', 18 settembre 2014
4 - Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 18 settembre 2014

07 maggio 2015

Il Mundial Dimenticato


È con operazioni come Il Mundial Dimenticato - La vera incredibile storia dei Mondiali di Patagonia 1942 che si arriva a credere che un altro mondo cinematografico italiano è possibile. Non che l'opera di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni sia un qualcosa di assolutamente inedito e originale, ma un qualcosa di nuovo per l'Italia, di fantasioso e soprattutto piacevole sicuramente sì. Il mockumentary è un genere che qui da noi si è praticato poco, a memoria credo addirittura che questo piccolo film calcistico sia il primo (ma potrei sbagliarmi). Il genere è di per sé difficile, deve riuscire nell'immane impresa di far credere l'incredibile, di sospendere integralmente la credibilità dello spettatore... e non solo romanziera ma addirittura quella storica. Sebbene ne Il Mundial Dimenticato questa totale sospensione non arrivi mai, ma per un volere ben preciso di riempire la narrazione con fatti ironicamente assurdi ed effettivamente poco credibili e non di sbaglio da parte dei suoi autori, mi permetto di appellare il film come pienamente riuscito.
Non solo perché si gioca con un tema caldo, vitale e importante in Italia, come può esserlo quello calcistico, ma perché gioca anche con il pionerismo cinematografico, un po' sulla falsa riga del bello e dimenticato mockumentary Forgotten silver, che Peter Jackson realizzò nel 1995 (lì sì che il dubbio storico viene pesantemente colpito).
La visione viene ampiamente consigliata e necessaria, se Il mundial Dimenticato dovesse risultare il primo, e al momento unico, mockumentary italiano.

Gli altri

I critici stampati hanno generalmente apprezzato il film facendo notare lo spirito dell'operazione: "È un sogno, il sogno di un calcio diverso […]" 1, alla quale si contrappone lo scandalo del calcio scommesse "La rievocazione è brillante e, a fronte del degenerato quadro del calcio scommesse, questo viaggio nel passato appare rigeneratore." 2, oppure con la tanto semplice quanto efficace "Incredibilmente falso. Incredibilmente divertente." 3.
I commenti degli utenti invece sono stati un po' difficili da trovare, ma quei pochi scorti nella rete sembrano essere positivi o, quanto meno, arrivano a considerazioni di più ampio respiro





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1 - Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 31 maggio 2012
2 - Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 8 giugno 2012
3 - Emanuela Genovese, 'Avvenire', 31 maggio 2012

04 maggio 2015

Fratelli Unici


Il prodotto medio italiano, un tempo sperato, ha ormai passato la sua fase di rodaggio ed è arrivato allo stallo. Come ogni cosa che riguarda il Bel Paese la commedia leggera, che ricordo essere assieme al "film Mibac" l'unica cosa apparentemente possibile del panorama nazionale (almeno stando ai numeri), tende ad essere un prodotto che si accomoda su facilonerie, convenzionalità e ovvietà. Così da diventare una fonte sicura di introito e da far felici tutti.

Fratelli Unici, diretto da Alessio Maria Federici (specialista della nuova commedia sentimentale italiana), rispecchia e afferma il pregiudizio che si ha verso il genere principe italiano. Trattasi di una commediola che vira al facile sentimento, con Bova e Argentero, stranamente assieme e forse unico vero interesse per la pellicola, e un piattume generale e sinceramente poco soddisfacente. Non assiste a nessun guizzo di sceneggiatura o di messa in scena, non vi è nulla da segnalare, i tempi ritmici sono banalmente precisi e assolutamente prevedibili e i se ciò non bastasse i personaggi principali sono talmente carichi da risultare artificiosi.

Gli altri
La critica non sembra aver appoggiato le scelte fatte da Federici tanto da definirlo "Un film da pilota automatico [...]" 1 o ancora peggio come un film che "[…] mette in evidenza tutte le potenzialità, ma anche i tanti limiti, della commedia leggera all'italiana" che dovrebbe "[…] sforzarsi ad imbastire sceneggiature un po' più fantasiose e meno banali […]" 2. E se la critica sembra compatta e unita, in rete invece vi sono varie scuole di pensiero:

Chi ha apprezzato

Chi ha notato dei limiti



Chi inveisce [e appoggio appieno] contro la CASTA dei grafici

Chi, andando l'aspetto filmico, nota un decadimento complessivo che stimola...


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1 - Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 ottobre 2014
2 - Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 2 ottobre 2014

30 aprile 2015

Song ‘e napule


Il musicarello, il poliziottesco, Noi duri (film del 1960 con Buscaglione e Totò) e i film di Alfonso Brescia con Mario Merola sono, a mio avviso, i possibili riferimenti storico-cinematografici di Song 'e napule.
I Manetti da qualche anno portano avanti un cinema che guarda al passato, un cinema artigianale, talvolta folle ma comunque genuino e, per certi versi, anche libero. E se Song 'e napule risulta essere uno dei migliori film realizzati dai Manetti, per puro gusto personale ricordo molto felicemente il bel Piano 17, non si esime dal contenere, accanto a idee riuscite e/o da standing ovation (una su tutte il personaggio interpretato da Morelli, Lollo Love), i classici errori di cui si nutrono le pellicole dei due registi. Il loro modo di fare cinema, quel cinema che sembra essere fatto in casa, un po' all'acqua di rose e con la filosofia dello "sticazzicazzismo", porta ahimè a ritrovarci di fronte a sequenze di dubbia qualità, prive di un minimo di attenzione per i dettagli e con la costante presenza di amici e parenti in ruoli secondari che, spero non me ne vogliano, ammazzano letteralmente le scene.

I Manetti ci sono e lottano assieme a noi... ma non si applicano.

Gli altri

Leggendo le opinioni della critica si nota che l'accoglienza al film è stata più che buona. C'è chi, come Mereghetti, pur parlandone bene fa notare le non riuscite sequenze d'azione "[...] non tutto funziona alla perfezione e le fasi finali sono più concitate che davvero convincenti (abbiamo visto inseguimenti in auto ben più realistici) ma alla fine la simpatia degli attori la vince su tutto." 1 e chi addirittura arriva, senza misura alcuna, al pindarico paragone tra i Manetti a i fratelli Coen "Gli americani hanno i fratelli Coen? Noi abbiamo i Manetti Bros. E dobbiamo esserne fieri." 2, un paragone a questo punto interscambiabile con i Taviani, i Dardenne e, perché no, con i Lumiere. In generale comunque la pellicola è piaciuta e il plauso maggiore è stato giustamente dato agli attori (Morelli, Buccirosso e Sassanelli) e alla componente tamarro musicale della pellicola, altro grande protagonista.
Il pubblico della rete, soprattutto illegale, risulta essere in linea con il parere degli addetti ai lavori e dice la sua in vari commenti. Come si può immaginare a parlare è la pancia e si legge un po' di tutto:

Orizzonti allargati
Ah, almeno uno bello c'è
Brevissimo botta e risposta sul cinema clacciso
E, infine, gli immancabili NO!



In linea generale, si può affermare, che la visione è stata apprezzata.


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1 - Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 15 aprile 2014
2 - Eugenio Arcidiacono, 'Famiglia Cristiana', 13 luglio 2014

29 aprile 2015

A volte ritornano...

Come forse qualcuno avrà notato, negli ultimi tempi sono stato un po' distante da queste pagine... vi sono mancato? Sì, come no!
Comunque sia potete stendere il tappeto rosso, asciugare le vostre lacrime ecc. perché STO TORNANDO!!! 

Vi saranno però alcune piccole e insignificanti novità.
La prima è che non vi sarà alcuna regolarità nei post, ma spero di riuscire a mantenere una media di circa 3 o 4 a settimana, vedremo quel che succederà. La seconda è che non vi saranno più rubriche e rubrichette e la terza colpirà direttamente la struttura dei post.

Per ora è tutto.
A presto,
Frank


Ps - Vi avviso che, almeno per il momento, l'andazzo dei post verterà quasi esclusivamente sul Cinema Italiano. Che vi devo dire, per ora è così.

21 ottobre 2014

Un milione di modi di morire nel west - Seth MacFarlane

Un milione di modi di morire nel west
MacFarlane è oggi uno degli uomini di punta della commedia americana nonché il solo che può fronteggiare l'apoteosi, ormai più che consolidata, dello stile imposto da Judd Apatow. Eppure, nonostante quanto dimostrato con Family Guy e con Ted, questo Un milioni di modi di morire nel west non convince appieno.

MacFarlane ha una comicità per lo più dissacrante, se vogliamo anche molto fanciullesca, condita da siparietti musicali. Tutto ciò fa parte della struttura del suo western e sebbene le gag atte a ribaltare quelli che sono i canoni classici del genere ci sono e funzionano, alla lunga non colpiscono facendo gradualmente perdere interesse. Questa défaillance è dovuta, almeno da quanto ho potuto constatare, da almeno due fattori determinanti: il primo una durata veramente eccessiva di quasi due ore che sinceramente stanca e porta alla perdita d'interesse di poco fa, e secondo da una poca originalità e freschezza dell'intera operazione.

Non sto affermando che la pellicola di MacFarlane sia brutta o non faccia ridere semplicemente non è Mezzogiorno e mezzo di fuoco.
IMDb