21 ottobre 2014

Un milione di modi di morire nel west - Seth MacFarlane

Un milione di modi di morire nel west
MacFarlane è oggi uno degli uomini di punta della commedia americana nonché il solo che può fronteggiare l'apoteosi, ormai più che consolidata, dello stile imposto da Judd Apatow. Eppure, nonostante quanto dimostrato con Family Guy e con Ted, questo Un milioni di modi di morire nel west non convince appieno.

MacFarlane ha una comicità per lo più dissacrante, se vogliamo anche molto fanciullesca, condita da siparietti musicali. Tutto ciò fa parte della struttura del suo western e sebbene le gag atte a ribaltare quelli che sono i canoni classici del genere ci sono e funzionano, alla lunga non colpiscono facendo gradualmente perdere interesse. Questa défaillance è dovuta, almeno da quanto ho potuto constatare, da almeno due fattori determinanti: il primo una durata veramente eccessiva di quasi due ore che sinceramente stanca e porta alla perdita d'interesse di poco fa, e secondo da una poca originalità e freschezza dell'intera operazione.

Non sto affermando che la pellicola di MacFarlane sia brutta o non faccia ridere semplicemente non è Mezzogiorno e mezzo di fuoco.
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27 settembre 2014

Di blogging, critica online e crucci

Nell'ultima settimana si sono susseguiti in rete parecchi post, con relativi commenti, circa lo scrivere online, l'utilità di questa operazione, le aspirazioni, le motivazioni, la ricezione e quant'altro. Tutti interventi molto interessanti e illuminanti che si vanno a inserire perfettamente in una mia riflessione - che va avanti da un po' - circa il blogging e lo scrivere di cinema online e che negli ultimi mesi ha portato a un rallentamento di questa mia attività. 

Le motivazioni che spingono una persona ad aprire un blog e a iniziare a gettare i propri scritti in rete possono essere molteplici: dalla semplice condivisione di pensieri e opinioni circa una passione fino ad aspirazioni professionali. A essere sinceri poco mi importa come poco mi importa andare a scoprire il perché un dato blogger decide di chiudere, in fondo anche qui le motivazioni possono essere molteplici e tutte condivisibili. Io non ho mai pensato negli ultimi mesi di chiudere definitivamente questo posto, ne ho rallentato di molto l'attività, ma chiudere mai. Non mi interessa più scoprire quante visite ricevo o quante persone commentano, non mi interessa se un dato post viene condiviso come non mi interessa scrivere su un qualcosa che tira perché ciò che al momento mi preme scoprire è quanto sia effettivamente utile fare critica (parola un po' grossa, ma tant'è) cinematografica online. Mi spiego meglio. Quello che ho notato è che tutti o quasi i blogger di cinema, amatoriali e non, sono in aperto astio verso la critica ufficiale, storica e cartacea. Questo va avanti da sempre, non è una cosa nuova e nel 2009 si arrivò a una discussione accesissima tra le due fazioni - esempi qui e qui - che ovviamente non portò a nessun cambiamento. 
I digitali da una parte e i cartacei dall'altra, entrambi fermi e immobili sui propri punti.

Ma torniamo al mio cruccio. 
Che utilità c'è nella critica cinematografica online? Che apporto nuovo è stato dato finora da questa attività? Secondo me, al momento, nessuno. Per carità, online ho letto e leggo cose bellissime e stimolanti, scritte benissimo e davvero appassionanti, ma ne ho lette altrettanto aberranti. Di nuovo, di veramente nuovo, c'è però poco almeno all'interno di un discorso e di un contributo reale alla critica. Perché questo? Una risposta me la sono data, e miei cari "colleghi" forse non vi piacerà. La conclusione a cui sono giunto è che i più conservatori, i più snob e i meno inclini al cambiamento siamo proprio noi. Noi non siamo altro che una traslazione di quanto la critica cartacea ha fatto da sempre nella sua storia e nella sua moria sta ancora facendo. Siamo una semplice trasposizione mediale, non sfruttiamo il mezzo datoci e non ne usiamo al massimo le sue potenzialità. 

La critica online, alta o bassa che sia, si esprime in svariati modi. Io ho individuate questi:
- Grandi portali: un mix tra il dizionario (con all'interno i dizionari cartacei) e la rivista Ciak.
- I blog di piattaforme o i magazine generalisti: anch'essi di derivazione ciakkista, tra recensioni, news e gossip.
- I magazine di critica: di derivazione accademica e improntati su un aspetto saggistico.
- I blog amatoriali: i più interessanti, slegati dalle uscite in sala, talvolta inerenti ad un solo genere e scritti con passione ma spesso non con competenza... un dato quest'ultimo non necessario.
- I video e audio blogger: che sono in genere una versione in video e in audio dei blogger amatoriali.

Tutte queste modalità da me elencate e che a grandi linee rappresentano quello che c'è in rete, nonostante la loro singola peculiarità, sono roba vecchia. I blog amatoriali ad esempio [è la modalità che conosco meglio perché ne faccio ovviamente parte] sono sì unici nella singolarità, ognuno scrive nel proprio stile e come meglio credo, ma se presi in generale sotto un punto di vista di impostazione sono [siamo] tutti uguali e interscambiabili. Lo stesso vale per tutte le altre categorie elencate sopra, dentro le quali talvolta entra in gioco anche il fattore commerciale che ne abbassa di gran lunga la qualità e la passionalità.

E quindi? In che modo cambiare? C'è effettivamente un modo nuovo, un modo realmente 2.0? Io sono mesi che ci penso e ancora non sono arrivato a nessuna conclusione. A dirla tutta non so se effettivamente esiste un qualcosa di diverso o se mai esisterà. L'unica cosa fattibile al momento per me, come solo atteggiamento mentale, è quella di staccarmi dall'astio (o quel che è) verso la critica ufficiale e/o cartacea. Attaccarla è inutile, credere di essere un'avanguardia è ancora più inutile e cercare di contrastarla è stupido. Gli ultimi anni hanno dimostrato che loro ci sono, ci saranno ed è giusto così. Se proprio devo dirla tutta, proporrei un avvicinamento. Che ci crediate o no, del buono lo si trova anche lì.

Vi rilancio tutto ciò perché in fondo voglio una mano e voglio leggere cosa ne pensate a riguardo, perché se una cosa è davvero cambiata dal 2009 a oggi, ed è diversa dalla critica classica, è che almeno noi blogger di cinema siamo uniti [ultimamente molto di più] e non agguerriti l'un l'altro.

Non mi odiate,
Frank

24 settembre 2014

RoboCop - José Padilha

Ho più volte ribadito, e lo continuerò a fare, che non sono generalmente contrario alla pratica del remake/reboot/sequel/prequel, specialmente se questa viene applicata all'horror. Nel caso specifico, ovvero del rifacimento di RoboCop, debbo però ammettere di aver storto non poco il naso già leggendo le prime news a riguardo e ho continuato a storcerlo nonostante gli ottimi uomini messi in campo.

Prendendo la pellicola come film a sé, ovvero senza considerare il capolavoro diretto da Verhoeven del 1987, non siamo molto distanti da quello che è un semplice, moderno e politicamente corretto sci-fi action. Ottimo ritmo, belle ambientazioni, discrete scene d'azione ma zero anima e zero critica etico-sociale. Prendendolo in parallelo col suo omonimo originale, il RoboCop di Padhila si concentra molto di più sulla creazione dell'uomo da mettere sotto l'armatura che sull'atto in sé, andando ad affrontare il discorso etico, che in Verhoeven era tutto rappresentato dall'uso estremo della violenza e dalla martorizzazione dei corpi, su di un piano prettamente retorico e quasi esclusivamente verbale (vedesi i conflitti dello scienziato Oldman così come quelli del conduttore Samuel Jackson). 

Il RoboCop del 2014 è un RoboCop con poco appeal, la presenza di Padilha (regista dei due bellissimi e durissimi Tropa de Elite) dietro la macchina da presa è ingiustificata e non appare mai nell'arco dei 117 minuti e, infine, persino gli attori sembrano svogliati non mostrando ciò di cui sono veramente capaci. 

Parafrasando quanto già detto poche righe or sono, un banale action.
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15 settembre 2014

Cuban Fury - James Griffiths

Nato da un'idea di Nick Frost, questo Cuban Fury altro non è che una commedia romantica a base di salsa.

La pellicola di Griffiths, meglio dirlo subito, non ha veramente niente di innovativo ne un qualcosa di sorprendente ma, nonostante ciò, si lascia ben vedere e intrattiene quanto basta. Il tutto viene retto dalle larghe spalle di Frost, dalle sue "evoluzioni" sulla pista da ballo e dal simpatico Chris O'Dowd, qui nell'inedita parte del villain.

Cuban Fury è un filmettino made in England senza pretese, prevedibile nel suo svolgimento, abbastanza simpatico e pieno di Salsa.
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02 settembre 2014

Preferisco l'ascensore - Fred C. Newmeyer, Sam Taylor

Preferisco l'ascensore
Quasi del tutto dimenticato, e oscurato dalla fama di Chaplin e Keaton, Harold Lloyd è stato uno dei maggiori esponenti del cinema comico muto, probabilmente il più audace per quanto riguarda l'aspetto acrobatico.

Preferisco l'ascensore è il film più famoso della sua carriera ed è la pellicola che lancia il suo personaggio più rappresentativo, ovvero The Boy. Come per molti film comici dell'epoca la trama si basa sul solito canovaccio del ragazzo timido e imbranato, ma dal cuore d'oro, che crea casini su casini pur di colpire il cuore della ragazza amata. Insomma una scusa come un'altra per permettere a Lloyd di mostrare il meglio del suo repertorio di spettacolarità.

Preferisco l'ascensore è una pellicola fondamentale del cinema comico muto (non solo statunitense) come fondamentale è la scena che vede The Boy appeso alla lancetta dei minuti dell'orologio, una scena entrata nella vetta e che ancora oggi si fa fatica a raggiungere.

Harold Lloyd
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28 agosto 2014

Il fuoco della vendetta - Scott Cooper

il fuoco della vendetta
C'è molto cinema anni '70 in questa seconda prova da regista dell'ex attore Scott Cooper, e sebbene si possono notare citazioni sparse che vanno da Malick ad Altman fino a Cassavetes, è sicuramente Il Cacciatore di Cimino il film che ha dato maggiore ispirazione. Vi sono elementi comuni tra i due film alquanto lampanti: la cittadina di provincia che ruota intorno all'acciaieria, due giovani uomini taciturni con i propri sensi di colpa da affrontare messi a confronto e, dulcis in fundo, una scena di caccia che sembra essere una versione alternativa della pellicola del 1979. 

Le mie saranno pure sciocchezzuole da snob, ma il Il fuoco della vendetta, nonostante la sua aurea di film macho e dalle spalle solide, pecca proprio nel suo voler guardare indietro e rifare un cinema che non c'è più piuttosto che narrare una storia. E alla fine, ciò che veramente resta, è solamente un cast di razza che regge il film e talvolta lo fa addirittura sembrare un qualcosa di più di quello che effettivamente è.

Un film attoriale (Bale è mastodontico) da accompagnare con pessimo whiskey e un  disco di Springsteen.
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